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Ottobre 2017

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Dicci qualche cosa di te 

Nasco nel 1977 a Lodi, oggi ho 40 anni. Ho sempre amato lo sport e mettermi in gioco.Corro da quando mi ricordo. Negli anni la corsa è diventato uno strumento di consapevolezza: del mio corpo, dei miei pensieri e delle mie emozioni.

Partiamo dalla fine o per meglio dire da ciò che ti sei inventato per riassumere ciò che fai e ciò che sei, il Joy trainer. Spiegaci meglio.
 
Joy Trainer letteralmente significa allenatore della gioia. La gioia si raggiunge quando portiamo nel mondo le nostre qualità, i nostri talenti, la nostra unicità senza paura del giudizio degli altri e senza doverci adattare a quello che gli altri si aspettano da noi. E’ per questo che amo particolarmente lavorare con bambini e adolescenti. Se si apprende da piccoli ad ascoltarsi, a rispettarsi e farsi rispettare, ad andare nel mondo a testa alta e a credere nelle proprie qualità, qualsiasi cosa si sceglierà di fare sarà un successo. Molte persone credono che il successo sia legato soltanto al fare, alla forza di volontà e alle competenze, in realtà queste non bastano a garantire il risultato. E’ necessario includere le emozioni, le paure, le resistenze, le fantasie e le credenze che la persona ha e trasformare quelle che ostacolano la realizzazione dei propri sogni. Per questo integro il lavoro motorio, il lavoro sulle emozioni e sulle convinzioni limitanti nel mio percorso di crescita personale.
 
Per noi corridori però la cosa che più ci incuriosisce è la tua prima 100 Km. Come ti è venuta questa idea?
 
Ho vissuto gran parte della mia vita nella fatica, del resto correvo i 400 metri a ostacoli. Quando ti specializzi nel saltare un ostacolo ogni 100 metri poi le difficoltà che incontri nella vita sembrano quasi normali.Vivevo nella convinzione che per ottenere qualsiasi risultato bisognasse sudare, sputare sangue, duellare con i propri mostri interni ed esterni. Negli anni ho trasformato tantissime cose della mia vita e anche ottenuto molti successi. Ma l’abitudine a fare fatica era ancora una fida compagna. Ho deciso di lasciarla andare e per farlo, senza aver mai corso prima nemmeno una mezza maratona, mi sono iscritto alla 100 km del Passatore. Il 27 maggio 2016 ogni appoggio da Firenze a Faenza è stato la spinta del mio rito di passaggio. Quando ho tagliato il traguardo dopo 18h54’ (che è anche il titolo del mio libro), ho fatto un inchino a me, alla vita e al nuovo.
 
Ma non è che anche il gene della corsa si può ereditare? Quest'anno aver potuto ricordare insieme a te e tanti amici tuo papà è stata una grande emozione per tutti. In quella corsa c'era dentro un po' anche di lui?
 
Non ho corso per papà, non ho corso per emularlo, ho corso per me. Certo, lo voglio condividere, in tutti gli allenamenti dove correvo per più di quattro ore, nel punto in cui sentivo di non avere più le forze, la cosa che avrei voluto più di tutte è avere lui vicino. Mi manca nella corsa così come mi manca nella vita. Quest’anno,  a vent’anni dalla sua morte, sono nel punto della vita in cui ne ho vissuto esattamente metà con lui e metà senza.
 
Diciotto ore cinquantaquattro minuti non è solo il tempo con cui hai tagliato il traguardo della 100 km ma anche il titolo del libro che hai scritto. Un altro bel traguardo, perché questa voglia di raccontare la tua esperienza?
 
Al ritorno dal Passatore, molti dei miei amici mi hanno chiesto di raccontare cosa avevo vissuto. Proprio in uno di questi momenti, mentre condividevo emozioni, consapevolezze, intuizioni, tre di loro mi hanno detto che queste cose le avrei dovute scrivere e condividere con molte persone. Quella stessa sera è nato il libro. Poi ho trovato altre persone che mi hanno aiutato a renderlo realtà.
 
Per ognuno quindi, in ogni ambito della vita, la sfida è con se stesso?
 
Se per sfidare se stessi intendi migliorarsi, la risposta è sì. Se invece intendi combattere e fare fatica, allora credo che il primo passo debba essere mollare la presa e concedersi il lusso di imparare a stare con quello che si sente.
 
Correre per vivere o vivere per correre?
 
La corsa, dal mio punto di vista, è solo uno strumento che utilizzo per innaffiare risorse: la determinazione, la capacità di stare nel momento presente (non sprecando energie nelle preoccupazioni per il futuro né nel  rimuginare sul il passato), il contatto profondo con il mio corpo e con tutte le mie sensazione fisiche, la gradualità, la fiducia e l’intuizione.
 
Progetti per il futuro? E per chi volesse incontrarti e conoscere meglio ciò che fai cosa deve fare?
 
Alcuni sono ancora top secret. Dal punto di vista professionale ho deciso di dedicare il massimo delle energie per quest’anno a percorsi di counseling per adolescenti, counseling e psicomotricità in acqua e a diffondere uno stile di corsa consapevole. Per incontrarmi tutti i miei contatti li trovate sul mio sito web www.joytrainer.it
 
Nessun progetto riguarda direttamente il nostro territorio?
 
Certamente. Una gran parte del mio lavoro si svolge attraverso sessioni individuali. La porta è aperta sempre per tutti. Sono sempre disponibile quando vengo chiamato in alcune realtà, che possono essere società sportive, associazioni culturali, onlus, fondazioni, scuole a fare serate gratuite informative e divulgative.
 
Stiamo creando la nostra colonna sonora...la tua canzone per correre?
 
Silvia, mia moglie!
 
Concludiamo con la nostra classica domanda. Qual è la ricetta per essere un buon podista?
 
Mente, corpo ed emozioni sono uno. I tuoi piedi vanno dove va la tua energia. Intendo dire, ad esempio, che se il respiro è corto perché sei arrabbiato, i tuoi appoggi sono pesanti e lenti e non c’è allenamento che tenga se non agisci contemporaneamente anche sul trasformare le emozioni e i pensieri che ostacolano la tua performance.
 
 
 
Ultimo aggiornamento Martedì 26 Settembre 2017 18:41  

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